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La grande peste di Londra

“Qui moriamo”, l’appello dei londinesi.

Nel 1665 Londra ricevette una visita non gradita: la peste. Si stimarono 100.000 morti, ma pare che il numero fosse decisamente maggiore.

Come sappiamo tutti il clima, la circolazione dei venti e delle masse atmosferiche in generale ha da sempre contribuito alla diffusione di molte malattie: la peste non è stata da meno.

Introduzione

Il caldo e l’umidità favoriscono il proliferare delle malattie e aiutano il diffondersi di infezioni. Sia perché aumentano i ritmi di riproduzione dei virus e dei batteri che fanno da veicolo portatore di determinate malattie, sia perché portano a latitudini anche alte le condizioni climatiche ottimali per le infezioni.

Tra i vettori di molti malattie (tra cui anche la peste) si contano insetti ematofagi, questi succhiano il sangue dell’ospite. Questi insetti sono: zanzare, moscerini, zecche, pulci, culicoidi e simulidi. Un altro elemento vettore di potenziali malattie è il vento.

Tuttora il progressivo riscaldamento del pianeta sta favorendo la diffusione di alcune malattie. La cosa assurda è che queste malattie si ritenevano ormai debellate.

Alcuni esempi? Eccoli: colera e peste polmonare in India, febbre Dengue nelle Filippine, sindrome di Marburg (virus simile a Ebola), meningite, Ebola (Africa), Hantavirus (Messico), encefalite e febbre emorragica (Sudamerica), sindrome polmonare di Hunter (Montana, USA), febbre di Omsk (Mongolia) e molti ceppi virali della febbre gialla in Africa orientale.

Ma anche volendo evitare malattie così aggressive, pensate al banale virus dell’influenza che colpisce l’italia ogni anno, molti ceppi provengono dall’Estremo Oriente e dalla Cina in particolare.

Molti ricorderanno certamente l’epidemia della Spagnola (si originò certamente in Asia). Tra il 1918 e il 1920 si contarono più di settanta milioni di morti in tutto il mondo, una vera pandemia.

La peste di Londra

L’epidemia di peste che colpì la città inglese nel 1665 ha qualcosa di sconvolgente. Non tanto per il numero di morti, più che altro per l’alto tasso di mortalità. Nell’arco di pochi mesi la popolazione della città si ridusse di un quarto.

Furono più di centomila i decessi accertati, ma molti ritengono che il numero sia molto più alto, su una popolazione di circa mezzo milione di abitanti. Intere famiglie spazzate via nel giro di settimane.

1665, planimetria originale di Londra.

Tutto iniziò nel dicembre del 1664, quando furono segnalati dei casi di peste. Tra gennaio e febbraio i decessi cominciarono a lievitare.

Bisogna dire che le condizioni igieniche cittadine furono “ottimali” per il diffondersi dell’epidemia di peste e di altre malattie infettive comuni all’epoca. Non solo: l’aumento della popolazione, la mancanza di acqua corrente e la proliferazione di topi, specialmente nei sobborghi più poveri, furono tutti elementi di contorno che accelerarono il processo.

I morti abbandonati.

Tra febbraio e aprile il clima rigido sembrò fermare la diffusione della malattia, persino il Tamigi gelò per un breve periodo.

In primavera, ad aprile, le temperature salirono nuovamente e tornarono i decessi per peste. Londra e altre città europee del tempo erano spesse soggette a epidemie più o meno estese di varie malattie, come tifo, colera e quant’altro. Nella stessa Londra, dopo il contagio del 1603 (che provocò 2000 vittime), si istituì il bollettino dei decessi settimanale.

Il caldo estivo alzò il numero dei morti

Con l’avvicinarsi del caldo estivo il numero dei morti si fece preoccupante, si passò da decine di morti a settimana, poi a centinaia, poi a migliaia per settimana. Un strage!

Fuori dalle mura cittadine furono eretti cinque lazzaretti, dove venivano somministrate scarse cure, oltre che inefficaci. Molti morivano solo poche ore dopo essere stati portati in uno dei cinque presidi.

Vittime della peste bubbonica a Londra

Il 7 luglio iniziò a circolare la notizia che il re Carlo II e i nobili delle grandi famiglie avessero già lasciato la città, ormai abbandonata a se stessa. La famiglia reale si trasferì a Oxford. Tra le strade si moltiplicavano le croci rosse sulle porte, che segnalavano la presenza di contagio.

Incominciò un esodo verso le campagne e in parallelo iniziarono i massacri di cani e gatti, ritenuti responsabili del contagio. Di notte e di giorno era costantemente accese delle torce, che si pensava purificassero l’aria. Si spargevano spezie come pepe e resine per purificare gli ambienti. Con le esecuzioni sommarie dei gatti e dei cani aumentarono i ratti e dei loro parassiti, i veri responsabili del contagio.

Ma chi era il responsabile della peste?

Yersinia pestis ecco chi era. Un batterio coccobacillo a forma di bastoncino, i quale trasmise l’epidemia di peste bubbonica (perché formava dei bubbi cutanei). Il batterio si trasmetteva con le pulci che vivevano sui ratti neri, o con il morso degli stessi roditori.

Il ratto nero (Rattus rattus).

L’epidemia toccò il suo apice al termine dell’estate, particolarmente calda e umida. Nella sola seconda settimana di settembre si contarono oltre settemila decessi. Gli inglesi dovettero attendere il freddo di novembre per tirare un sospiro di sollievo. Con il freddo di dicembre non si segnalarono più casi.

Pare che l’ondata di peste sia arrivata con dei carichi di cotone dall’Olanda, da Amsterdam, dove già dal 1654 si segnalavano casi di peste bubbonica. In Olanda si contavano oltre cinquantamila morti. Questa teoria dei carghi olandesi pare sia supportata da due morti sospette ai Docks di Londra sul finire del 1664.

Cenni di vita a bordo e quarantena

La vita a bordo delle navi non è mai stata semplice, specialmente nella storia antica. Le malattie erano perennemente presenti, basti pensare allo scorbuto, alla sifilide, al tifo, alla malaria e, non da meno, la peste.

Nel Seicento (ma anche in altre epoche) molte epidemie di peste iniziarono proprio a causa di navi dove c’erano condizioni igieniche molto scarse, che entravano in porto e scaricavano le merci, senza sapere che, magari, come nel caso dell’epidemia di Londra, furono delle balle di cotone infette a trasmettere la malattia, con i suoi vettori parassitari.

Fu così che nella metà del quattrocento i veneti decisero di passare dai trenta ai quaranta giorni di isolamento delle navi. Questo in caso di sospetto contagio a bordo. Le navi venivano così allontanate dal porto in una zona apposita, dove, prima di poter scaricare le merci, dovevano attende quaranta giorni, appunto la quarantena (quarantine in inglese).

Una nave guardacoste durante la quarantena a Sheerness.

Ma Londra non temeva solo la peste

Ironia della sorte, nel settembre del 1666, un anno dopo l’epidemia, Londra fu colpita da un altro evento tragico: il Grande Incendio. Ancora una volta condizioni climatiche furono in parte la causa di questo incendio devastante. L’estate del 1666 fu particolarmente secca, tale da far scoppiare un incendio indomabile, che si espanse e in pochi giorni divenne gigantesco.

1666, il Grande Incendio di Londra, dipinto dell’epoca.

Il numero dei morti fu contenuto, le strutture invece ricevettero una sonora batosta, essendo il legno tra i materiali base di costruzione. Ancora oggi queste sono due grandi tragedie che vengono ricordate a Londra.

Aaronne Colagrossi

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Fonti: I più grandi eventi meteorologici della Storia (Alpha Test), Armi acciaio e malattie (Einaudi), Occhio al virus (Zanichelli), Impero-Come la Gran Bretagna ha fatto il mondo moderno (Mondadori).

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